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A un certo punto della cena ho fatto la mia domanda. È un vizio antico, lo riconosco. Quando attorno al tavolo c'è qualcuno che frequenta un'università, un corso, una scuola di pensiero, mi piace chiedere - per curiosità vera - cosa stiano studiando i ragazzi di oggi. È il modo che ho di tenere un orecchio aperto sul tempo che mi sopravvivrà. Ho chiesto, dunque, a un'amica che da qualche tempo segue i corsi di filosofia all'Università di Bergamo: «Dimmi una cosa: qual è il filone che, in questo momento, attira di più gli studenti?». Mi aspettavo Heidegger, magari Severino, uno di quei francesi col cognome doppio. Mi ha risposto: «Studiano la distopia. Il contrario dell'utopia». E io mi sono sentito vecchio per la prima volta nella mia vita.

Vecchio non per gli anni - quelli li porto bene, anche con l'aiuto di una certa ironia. Vecchio perché alla mia generazione, quando si aveva vent'anni, lo studio della speranza era ovvio. Si poteva discutere su quale, tra le speranze in commercio, fosse la più affidabile - quella di Marx, quella di Maritain, quella del Concilio, quella del Sessantotto, quella di Gianburrasca - ma che ci dovesse essere una speranza, su questo non si discuteva. Era come l'aria. Era l'orizzonte dentro il quale anche le più aspre dispute avevano luogo. Ai ragazzi di oggi, mi spiegava l'amica, l'orizzonte si è ribaltato. La cornice del pensiero non è più «come faremo a costruire un mondo migliore», ma «come sopravviveremo al mondo peggiore che sicuramente arriverà». È qualcosa di più grave del pessimismo. È metodo. È diventato un genere accademico, un filone di tesi, una corrente. Un'aria - diceva lei - che si respira nelle aule, nei corridoi, persino nei caffè dopo lezione. Una propensione forte del tempo presente.

Sono andato a casa con la testa piena, ho dormito male, e la mattina dopo, sul terrazzino, mi sono detto: devo capirla, questa cosa, prima di liquidarla. Perché è facile, dopo i sessanta, dire ai ragazzi che si sbagliano. Più difficile è ammettere che, se l'hanno tirata fuori loro, qualche ragione ce l'avranno. E che il compito di chi è arrivato prima non è di dire ai miei tempi non era così, ma di provare a tendere - anche soltanto con un filo sottile - un ponte fra l'allarme che loro avvertono e la riserva di senso che la nostra tradizione ha custodito. Ne è uscito questo articolo. E, prima ancora dell'articolo, una canzone.

I - La diagnosi

È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo

La frase è di Mark Fisher, un filosofo inglese che si è ucciso nel 2017, tre anni dopo aver scritto il libro che ha dato il nome alla cosa: Capitalist Realism. La sua tesi - semplicissima, devastante - è che siamo entrati in un'epoca in cui il futuro non si immagina più, lo si arreda. Si arredano i futuri di Netflix, i futuri delle serie distopiche, gli scenari del cambiamento climatico raccontati come trailer di film catastrofici. Ma immaginare davvero un mondo diverso, quella facoltà lì, l'abbiamo persa. Per molti motivi e per stanchezza.

Prima di Fisher, era stato Jean-François Lyotard, nel 1979, a parlare di fine delle grandi narrazioni - Dio, il Progresso, la Rivoluzione, la Nazione. Tutte spente. Restava il piccolo cabotaggio, il racconto privato, il frammento. Bauman, qualche anno dopo, aveva chiamato tutto questo modernità liquida: niente più ha forma, tutto cola. E adesso, nel pieno della sua maturità nera, il pensiero giovane respira l'aria che hanno respirato i lettori di Byung-Chul Han - il filosofo coreano-tedesco della società della stanchezza - di Günther Anders, di Emanuele Severino, di Massimo Cacciari nel suo Potere che frena. È un'aria pesante. La distopia accademica nasce da lì.

Aggiungo un riscontro scientifico, perché è importante che il discorso non resti sospeso fra i soli filosofi. La cosiddetta climate anxiety - l'ansia da clima - è oggi un oggetto di studio della psicologia clinica internazionale. Una grande indagine pubblicata sulla rivista The Lancet Planetary Health nel 2021 ha intervistato diecimila giovani fra i sedici e i venticinque anni in dieci Paesi del mondo: il 56 per cento si è dichiarato d'accordo con l'affermazione «l'umanità è condannata», il 75 per cento ha definito il proprio futuro «spaventoso». Non è un sentimento di nicchia. È una diagnosi epidemiologica. L'amica dei corsi di filosofia, quando mi ha parlato della distopia come aria del tempo, raccontava — senza saperlo - qualcosa che ha già un nome nelle riviste mediche: solastalgia, l'ha chiamata il filosofo australiano Glenn Albrecht, il dolore per la perdita di un mondo che non si è ancora perso del tutto, ma che si sta perdendo sotto i nostri occhi.

«Il distopico, in fondo, non è una visione. È la mancanza di una visione. È quello che resta quando l'immaginazione sparisce».

Ho cercato di tradurre tutto questo in una canzone, e l'ho intitolata L'Ampolla. Sta su Suno, presto la metterò su tutte le piattaforme, se non mi costa troppo. Dura quattro minuti. Non è una canzone facile, lo so. Alcuni amici mi hanno scritto, gentilissimi: «Bella, ma cosa vuoi dire esattamente?». Allora questo articolo è anche per loro. Per spiegare che cosa c'è dentro quell'ampolla, e perché - secondo me, e secondo una tradizione molto più antica di me - il distopico ha un antidoto. Un antidoto piccolo, feriale, quasi imbarazzante per quanto è semplice.

II - Il bridge della canzone

«Il distopico è solo una mancanza di immaginazione, e l'immaginazione è una forma minore della carità»

È il verso centrale della canzone, quello che la voce dice recitato sopra il contrabbasso e l'harmonium. Lo so, è un verso che chiede di essere disinnescato per essere capito.

La prima parte rovescia un luogo comune. Crediamo che la distopia sia eccesso di fantasia - Orwell, Huxley, Black Mirror, le distopie di Atwood, i romanzi di Houellebecq. Invece la distopia è il contrario: è il punto in cui l'immaginazione ha smesso di produrre alternative reali. È quella povertà che Coleridge, due secoli fa, distinguendo fancy da imagination, aveva già visto. La fancy è la fantasia combinatoria - sa fare scenari spettacolari, sa rimettere insieme i pezzi. L'imagination vera è un'altra cosa: è la facoltà di intravedere forme nuove di possibile. Il distopico contemporaneo è tutto fancy e zero imagination. Sa fare effetti speciali, non sa più fare mondi. Da qui la frase: il distopico è una mancanza. Sant'Agostino direbbe una privatio - un buco, un'assenza, non una sostanza.

La seconda parte - «e l'immaginazione è una forma minore della carità» - è un salto teologico, e devo spiegarlo bene. Forma minore non significa svalutativo, significa gerarchico nel senso medievale: l'immaginazione è la sorella minore della carità, quella che fa il lavoro nelle stanze più piccole della casa. Charles Péguy, in una pagina splendida del Portico del mistero della seconda virtù, descriveva la Speranza come una bambinetta che cammina in mezzo alle due sorelle maggiori, Fede e Carità, e le tira per mano. Senza di lei, le due grandi non si muovono. Ecco: l'immaginazione, qui, è la cuginetta di quella bambina. Quella che apre la porta.

Perché - ed è il punto che Iris Murdoch in La sovranità del Bene ha formulato meglio di chiunque - non si ama davvero qualcuno che non si è prima riusciti a immaginare dall'interno. Non si ama in astratto, si ama una persona di cui si è figurato il dolore, la stanchezza, la storia segreta. Senza quel piccolo atto immaginativo, l'amore resta filantropia: dono cieco, non incontro. Simone Weil scriveva nei suoi Quaderni: «L'attenzione, allo stato puro, è preghiera». L'attenzione è la forma raffinata dell'immaginazione. È, davvero, una forma minore della carità. Martha Nussbaum, nei suoi studi degli anni Novanta sulla poetic justice, ha dimostrato la stessa cosa con strumenti laici: leggere romanzi - cioè esercitare l'immaginazione narrativa - è una precondizione della giustizia, perché senza la capacità di figurarsi il dolore di chi non si è, nessuna istituzione equa è possibile.

Per questo la distopia, dal punto di vista cristiano, non si combatte con altre apocalissi. Si combatte ricominciando a vedere l'altro. La canzone lo dice in altri modi, attraversando alcune storie in un cena che ho avuto la fortuna di ascoltare e che mi hanno insegnato la stessa cosa: in fondo, ogni volta che qualcuno ci ha cambiato per davvero, è perché ci ha visto prima che noi sapessimo di voler essere visti. Tre forme minori della carità. Tre antidoti. Tre persone che, in stagioni diverse, hanno guardato verso di me, di te, di chiunque in modo universsale come in un film di Olmi e hanno scelto di chinarsi.

III - La parabola della foresta

I pompieri, il cardinale e le piantine che nessuno aveva piantato

Mentre scrivevo la canzone, mi è tornato in mente un cardinale dei Paesi Bassi - il nome lo recupererò nei miei taccuini - che molti anni fa raccontava un episodio. Era successo nel sud della Francia. Un bosco enorme, distrutto da una catastrofe naturale: forse un grande incendio, forse un disastro naturale o una di quelle siccità che cominciavano già allora a togliere il fiato alla terra. I pompieri erano disperati. I forestali ancora di più. Si erano spese cifre enormi per organizzare il rimboschimento. Convogli di piantine, mappe, contratti, ettari da ripiantare. Un'operazione titanica, costosissima, lenta.

Poi, un giorno, qualcuno si è chinato. Tra il legno carbonizzato, sotto la cenere, in mezzo a quello che sembrava il regno definitivo della morte, stavano spuntando da sole delle piantine nuove. Nessuno le aveva messe lì. Erano i semi che erano sopravvissuti al fuoco, le radici che avevano resistito sottoterra, l'incredibile testardaggine biologica della vita che, anche quando tutto sembra finito, fa esattamente quello che sa fare: ricominciare. La grande operazione organizzata era stata in larga parte inutile. La foresta si stava risuscitando da sola, piantina dopo piantina.

Il cardinale concludeva - e qui è il punto - che questa era la posizione cattolica davanti al pensiero apocalittico del nostro tempo. Non negare la catastrofe della scristianizzazione in Europa. Non minimizzarla. Non fingere che il fuoco non sia passato. Ma chinarsi, e guardare. Perché la creazione non è un circuito chiuso che noi dobbiamo riparare a mani nude. La creazione ha dentro di sé una capacità di ricominciamento che ci precede, che non dipende soltanto da noi, che è il vero motivo per cui possiamo sperare. Se Dio ha messo la vita dentro la natura come una vocazione irriducibile, allora noi dobbiamo collaborare, certo, dobbiamo fare la nostra parte fino allo spasimo, ma dobbiamo anche fare un passo indietro e lasciar lavorare quello che ci precede.

«La speranza cristiana non è ottimismo. L'ottimismo è una previsione, e quasi sempre sbaglia. La speranza è un atteggiamento davanti a ciò che non vediamo ancora. È l'attenzione alle piantine che già ci sono, anche se nessuno le ha viste».

Su questo, qualche riscontro scientifico vale più di mille pagine di teologia. La resilienza ecologica dopo gli incendi è studiata da decenni dalla scienza forestale internazionale. Le ricerche dell'INRAE - l'Istituto Nazionale di Ricerca Agronomica francese - sui grandi incendi del Var del 2003 e su quelli successivi del 2017 hanno documentato che molte specie mediterranee (la sughera, il pino d'Aleppo, il leccio, il corbezzolo) hanno strategie di rigenerazione attiva: i loro semi resistono al calore, alcuni si schiudono solo dopo un incendio (è il fenomeno della serotinia), le radici sopravvivono in profondità e ripartono dal ceppo. La biologia da sola - senza intervento umano, o con un intervento misuratissimo - porta a un recupero significativo del manto vegetale già nei primi cinque-dieci anni. Più in generale, la grande lezione della biologa americana Lynn Margulis - la teoria della simbiogenesi, oggi acquisita dalla biologia ufficiale - ha dimostrato che l'evoluzione non è soltanto la guerra fra specie ipotizzata da un certo darwinismo divulgato male, ma è anche, profondamente, cooperazione. La vita ricomincia perché sa cooperare con se stessa. Le piantine spuntano perché c'è sotto una rete fungina, il wood wide web studiato da Suzanne Simard, che redistribuisce nutrienti, segnali, memoria. Il bosco bruciato non era mai stato davvero solo. Aveva una rete sotterranea di cooperazione che noi non vedevamo.

Romano Guardini, nella Fine dell'epoca moderna del 1950, formulava un'intuizione affine con una parola decisiva: coraggio. Diceva che l'unica virtù davvero indispensabile per il cristiano dell'epoca nuova non è la prudenza, non è la temperanza, è il coraggio. Perché bisognerà sostare in un mondo che non offre più appoggi naturali al senso, e in quella sosta credere che le piantine ci sono. Joseph Ratzinger, nell'enciclica Spe salvi del 2007, ha scritto pagine che sembrano un commento esatto a questa intuizione: «in spe salvi facti sumus», nella speranza siamo stati salvati. Non nei risultati, non nelle previsioni, non nelle sicurezze: nella speranza. E papa Francesco, in Laudato si' e in Fratelli tutti, ha tirato la conseguenza ecologica e politica di tutto questo: la terra è una sorella che ci precede, e il distopico è una forma di malattia spirituale prima che un'analisi sociologica.

IV - L'ampolla

Perché la canzone si chiama così

A questo punto si capisce, forse, perché la canzone si chiama L'Ampolla. L'ampolla è un piccolo contenitore che custodisce qualcosa di prezioso. Una bottiglia tirata fuori per la sera giusta, una libreria davanti alla quale un giovane si ferma e chiede «Cos'è?», un reliquiario in una basilica antica. È sempre lo stesso schema: una cosa piccola che custodisce un'essenza grande. E l'essenza, finché qualcuno tiene l'ampolla, non è perduta - è solo nascosta, in attesa.

Le piantine sotto la cenere della foresta francese, allo stesso modo, sono ampolle viventi. Custodivano in formato microscopico la prova che la creazione sa fare quello che noi non sappiamo fare: ricominciare, punto! Le persone che ci hanno visto prima che noi sapessimo di voler essere visti - la signora anziana, l'amico inatteso, il giovane sconosciuto che ci ha rivolto la domanda giusta al momento giusto - sono ampolle viventi anch'esse. Custodiscono per noi un'essenza che noi avevamo dimenticato di avere. La aprono al momento opportuno. Ne versano un goccio. È sufficiente.

La canzone - e questo articolo, che spero la chiarisca - è solo questo: un invito a credere che, dentro le ampolle che ci portiamo dietro (i ricordi, i libri, le facce, le chiese, i giardini, persino i boschi bruciati), ci sia ancora essenza viva. Non simboli, non residui, non monumenti. Essenza. E che il compito del cristiano nell'epoca del distopico non sia di rispondere all'apocalisse con un'altra apocalisse, ma di tenere ben salde queste ampolle, di aprirle quando serve, di versare il loro contenuto nelle sere giuste della vita altrui.

Una nota sul cardinale. L'aneddoto della foresta francese che si rigenera da sola dopo la catastrofe è una memoria orale; la fonte precisa del cardinale dei Paesi Bassi che la raccontava mi sfugge al momento. La aggiornerò non appena la ritrovo. Resta il fatto: l'episodio è scientificamente vero - la resilienza ecologica dopo i grandi incendi è documentata da decenni dalle ricerche INRAE in Provenza, dagli studi della FAO sulla rigenerazione naturale post-disturbo, dalle pubblicazioni del CNR italiano. E resta teologicamente fecondo. Se qualcuno tra i lettori riconosce il cardinale o l'omelia originale, mi scriva: gli sarò grato.
V — Congedo

La cuginetta della Speranza

Vorrei terminare con una cosa molto piccola. Se i ragazzi dei corsi di filosofia di Bergamo, oggi, anelano alla distopia, è perché qualcuno, prima di loro, ha smesso di raccontare le piantine. Ha smesso di mostrare le ampolle. Ha smesso di fare le domande davanti alle librerie. La risposta alla distopia non è una nuova grande narrazione di segno opposto - non un'utopia di rimpiazzo, non un programma politico, non uno slogan. È una rete fitta, feriale, sussurrata, di gesti minimi: una bottiglia tirata fuori per la sera giusta, una mano tesa al momento opportuno, una domanda nuda davanti a un muro di libri, un cardinale che si china a guardare le piantine, una canzone su Suno che non spiega tutto ma prova ad aprire una porta.Un giornaletto come la Voce di Seriate che tratta cose quotidiane.

La cuginetta della Speranza - l'immaginazione - è ancora viva. La incontri quando meno te lo aspetti. Bisogna solo restare disponibili. Bisogna solo, di tanto in tanto, accettare l'invito a chinarsi, a guardare meglio, a sorprendersi. A credere che il bosco non è morto. Le piantine, intanto, stanno crescendo. Le foreste lo sanno. I cardinali, certi cardinali, anche. E forse - anche se è troppo presto per dirlo - comincia a saperlo qualche studente, in una di quelle aule dell'Università di Bergamo dove, ufficialmente o no, si si innamorano della distopia. Magari uno di loro, finita la lezione, si ferma davanti a una libreria e fa la domanda giusta. E qualcosa, sotto la cenere, ricomincia.

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Beppe Bonfanti — Seriate, 26 aprile 2026

Letture in dialogo: Mark Fisher, Realismo capitalista; Romano Guardini, La fine dell'epoca moderna e Lettere dal lago di Como; Joseph Ratzinger / Benedetto XVI, Spe salvi; Charles Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù; papa Francesco, Laudato si' e Fratelli tutti; Iris Murdoch, La sovranità del Bene; Simone Weil, Quaderni; Martha Nussbaum, Giustizia poetica; Byung-Chul Han, La società della stanchezza; Massimo Cacciari, Il potere che frena; Antonio Spadaro, scritti su La Civiltà Cattolica.

Riscontri scientifici: Caroline Hickman et al., «Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: a global survey», The Lancet Planetary Health, vol. 5, n. 12 (2021); Glenn Albrecht, Earth Emotions: New Words for a New World, Cornell University Press, 2019; Lynn Margulis, Symbiotic Planet, Basic Books, 1998; Suzanne Simard, Finding the Mother Tree, Knopf, 2021; ricerche INRAE sulla rigenerazione post-incendio nei boschi mediterranei (Provenza, 2003-2017).