‭351 8063199‬ gbonf2008@gmail.com
Seleziona una pagina
25 settembre 2026

Un mondo a parte. Anna Fusco racconta le storie dei manicomi di Bergamo

Bergamo, 25 settembre 2026, Sala Zapparoli dell’ex Ospedale Neuropsichiatrico di Borgo Palazzo. Presentazione del libro di Anna Fusco, «Un mondo a parte. Storie dai manicomi di Bergamo con approfondimento dei ricoverati nativi delle valli Brembana e Imagna» (Corponove Editrice · Centro Storico Culturale Valle Brembana «Felice Riceputi»). Riprese e montaggio di Giuseppe Bonfanti.

Tre stanze di faldoni

La Sala Zapparoli è piena e quasi tutti si conoscono. Anna Fusco lo dice subito, sorridendo: «Siete tutti amici». Io riprendo da un lato, e già dalle prime parole capisco che non sarà una presentazione da manuale. A introdurla è Tarcisio Bottani, presidente del Centro Storico Culturale Valle Brembana, che non nasconde l’effetto che il libro gli ha fatto: «Leggendo queste centinaia e centinaia di casi viene un po’ l’angoscia, viene una partecipazione umana». E poi, guardando l’autrice: «Sono convinto che non l’ha fatto come un tecnico, l’ha fatto come una persona che ha vissuto insieme».

La ricerca, racconta Anna, le «frullava nella testa» da vent’anni, da quando lavorava in ospedale e incrociava i ricoverati: «Dicevo: ma sono persone anche loro». Quarantamila persone sono passate dal manicomio di Bergamo, alcune più volte, alcune senza più uscire. Perché l’idea diventasse un libro sono serviti, come dice lei, «gli incastrini»: la pensione, un’amica, Angela, che sapeva come si aprono e si richiudono quei faldoni, e il progetto ministeriale Carte da legare, che ha fatto catalogare i fascicoli di tutti i manicomi d’Italia. Quando finalmente l’archivio storico dell’ASST Papa Giovanni XXIII le ha aperto le porte, le tre stanze piene di cartelle le sono sembrate esattamente questo: un mondo a parte. Il titolo è nato lì.

Dalla Maddalena ad Astino, fino a Borgo Palazzo

Prima delle persone, i luoghi. La «casa dei pazzi» della Maddalena, in via Sant’Alessandro, di cui resta notizia già nel Trecento; poi l’ex monastero di Astino, che sembrava la soluzione definitiva e invece si riempì in fretta, con il problema dell’acqua: per bere, i malati dovevano chiamare l’infermiere. Infine il manicomio provinciale nuovo, progettato dall’architetto Fornoni e costruito in quattro anni, entrato in funzione nel 1892. Un dettaglio strappa una risata: non fu mai inaugurato ufficialmente, e nemmeno intitolato a un santo, come altri. «Se il direttore generale vuole inaugurarlo, può farlo».

Le cure di allora fanno meno ridere: salassi, purganti, sanguisughe, docce fredde all’improvviso, celle di isolamento e camicie di forza, con giornate scandite da orari rigidissimi, d’estate sveglia alle quattro e mezza. Dagli ottanta malati trasferiti dalla Maddalena e da Astino si arrivò, nel 1910, a quasi ottocento.

Le persone dentro i faldoni

«I protagonisti del libro sono loro», dice Anna, e sullo schermo passano le foto dei laboratori, le donne al lavoro da una parte, gli uomini dall’altra. Le storie sono protette dalla privacy, nessuno è riconoscibile, ma ognuna pesa. C’è una bambina del 1910 che il sindaco non può riportare a casa perché «è da tutti percossa». C’è un teologo del 1843 ricoverato per «studi troppo spinti» di teologia e di morale. C’è un’anziana che avrebbe avuto bisogno di una casa di riposo e invece muore in manicomio dopo un mese. «Quando leggete questo libro dovete essere di buon umore», avverte, e la sala capisce.

C’è anche il caso quasi da commedia del giovane di Treviglio che, geloso della fidanzata sempre in convento, mette una finta bomba e finisce condannato «a un anno di manicomio», mentre la sorella scrive che c’è il fieno da fare e servono braccia.

Gli «scemi di guerra» e il ragazzo di Polistena

La parte che commuove di più riguarda i soldati della Prima guerra mondiale, quelli che allora chiamavano «scemi di guerra»: ragazzi arrivati in stato confusionale, tenuti due o tre mesi e poi riformati o rimandati al fronte. Furono 515, di cui 318 bergamaschi. Uno veniva dalla Valle Imagna e strappava per ore la camicia e le lenzuola; la madre scrive al direttore e lo riporta a casa. Un altro veniva da Polistena, in Calabria. Anna ha un amico proprio lì, gli ha chiesto di cercarlo e lo ha ritrovato: si è fatto una famiglia, tre figli, e ha lavorato tutta la vita come custode del cimitero. «Una vita tranquilla», dice. «Però per quei ragazzi mi piange sempre il cuore».

Una cartella che manca

Fra i nomi noti c’è Antonio Tiraboschi, bibliotecario e autore del vocabolario dei dialetti bergamaschi, morto ad Astino dopo pochi giorni di ricovero. La sua cartella clinica è sparita, eppure uno studio del 2015 la cita: qualcuno, dunque, ce l’ha. L’appello di Anna è diretto: riconsegnarla all’ASST Papa Giovanni XXIII, anche in forma anonima, perché torni al suo posto. Poi le storie dell’uomo senza nome e senza voce, morto dopo due anni senza che nessuno lo riconoscesse, e del vicequestore accusato nel dopoguerra di collaborazionismo, tenuto in manicomio fino all’aprile 1946 e poi assolto, con nella cartella le testimonianze di chi diceva che aveva salvato degli ebrei.

Pellagra, cognomi e arte

Il libro non si ferma ai racconti. Ci sono le analisi epidemiologiche, comune per comune, sulle valli Brembana e Imagna: all’inizio la maggior parte dei ricoverati erano malati di pellagra, poi venne l’alcolismo. Ci sono i cognomi, che confermano quanto poco si viaggiasse (a Locatello tutti Locatelli, a Rota Imagna tutti Rota, a Lenna gli Oberti), i nomi più diffusi, Maria, Giovanni, Giuseppe, Pietro, e quelli scomparsi: «Decimo non ci arriva più nessuno». E c’è un capitolo sull’art brut, l’arte dei ricoverati, con Tarcisio Merati, che entrò in questo manicomio nel 1959 e dipingeva nell’atelier interno.

Non manca il dialetto. Anna confessa di non saperlo pronunciare bene e chiede aiuto alla sala per il «giovedì dei matti» che sua madre le ripeteva. Poi cita il proverbio che le piace di più, e lo spiega così: «Se uno riconosce la diversità dell’altro, è già guarito».

Il cappellano e le chiavi

Altre voci arrivano dalle testimonianze raccolte nel libro: quella del cappellano don Antonio Bolis, in servizio dal 1928 al 1962, quando la chiesetta interna era una vera parrocchia, San Giovanni di Dio, e lui teneva i contatti tra i genitori e i bambini ricoverati; e quelle dei medici che hanno visto chiudere il manicomio. Pazienti accompagnati fuori per la prima volta dopo decenni, famiglie che non li volevano indietro perché al paese li avevano dati per morti, e la consegna delle chiavi raccontata con molto spirito, compresi i ricoverati sistemati in fretta in albergo a San Pellegrino per rispettare le scadenze.

Carte fragili

La chiusura guarda avanti. Anna ha censito 109 manicomi italiani attraverso le cartoline d’epoca, per capire che fine abbiano fatto: alcuni, come San Servolo a Venezia, sono diventati musei e hanno digitalizzato le cartelle. È la sua proposta, rivolta anche al direttore generale presente in sala: una fondazione con gli storici bergamaschi per digitalizzare quei fascicoli «fragili», che oggi solo chi conosce il nodo giusto sa aprire e richiudere senza rovinarli, e un museo dedicato. Il direttore, che ha firmato la prefazione, ricorda che quell’area di novantamila metri quadrati, che i bergamaschi chiamavano il «manicomio di Seriate», oggi ospita la casa di comunità più completa del territorio, l’hospice, il consultorio, la neuropsichiatria infantile. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

Il ricavato del libro va alla Fondazione don Stefano Palla ETS di Piazza Brembana, il paese dove Anna è nata. E alla fine c’è la «cena dell’alienato», con patate, verze, formaggio e uovo, più un dolce di Lenna, il paese di sua madre. Non era quella che davano ai ricoverati, precisa lei. Ma per una sera quelle quarantamila persone, chiuse per decenni in un mondo a parte, hanno avuto intorno a sé una sala piena di gente venuta apposta per ascoltare le loro storie.