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intervista — 15 settembre 2023

Don Alberto Varinelli: «Padre Georg»

Don Alberto Varinelli, nuovo vicario parrocchiale a Seriate, si racconta tra fede vissuta nel concreto, dialogo nella Chiesa e diffidenza verso le risposte facili.

Di lui sappiamo quasi tutto perché è un prete social, da 7 anni scrive su santalessandro.org con già più di 250 articoli in attivo; di recente anche su labarcaeilmare.it; esperto in tematiche educative e vita di oratorio racconta della prossimità di un Dio verso l’uomo, cioè di noi e le fatiche di sentirci fratelli, mentre sulle questioni di Chiesa è noto il suo appello a «Padre Georg». 39enne, Don Alberto Varinelli è una voce molto stimolante, ha l’effetto della «luce del sole che attraversa la polvere». Dal 2015 è vicario parrocchiale a Grumello del Monte e Telgate. A settembre, il 10 saluta i parrocchiani a Grumello, il 17 a Telgate e il 24 giunge a Seriate per un nuovo mandato pastorale.

Benvenuto. Nei tuoi scritti trai ispirazione dalle situazioni che ami e quelle che detesti, e le intrecci o “ricami nella vita” con il filo di ciò in cui credi. Hai una certa avversione per la “parte molle della Chiesa” ma ti appassionano le “questioni di senso”. Tuttavia, sei un po’ scettico riguardo al “buon senso”, poiché ritieni che non sia sufficiente. Scrivi perché pensi che tutti noi siamo in pericolo?

Piuttosto che in pericolo siamo tutti in cammino, ed è il motivo per cui, quando scrivo, parto sempre dal concreto. In effetti, questa scelta di concentrarmi sul concreto deriva dalla mia esperienza di vita. Non mi baso sulle teorie astratte. Ho studiato i principi della teologia durante il mio percorso di seminario, e successivamente ho desiderato approfondire le dinamiche educative. Ho frequentato la facoltà di Scienze dell’Educazione dal 2012 al 2015, ottenendo una laurea triennale. La mia formazione si è interrotta in quanto ho assunto l’impegno pastorale nelle parrocchie di Telgate e Grumello del Monte, che non mi permetteva di proseguire gli studi. Questa vocazione educativa mi caratterizza profondamente, e per questo motivo, parto sempre dal concreto. Il mio lavoro da prete negli ultimi 13 anni mi ha fatto affrontare la realtà concreta della vita delle persone e delle comunità. La mia prospettiva sulla vita della Chiesa è guidata dalla realtà delle persone, piuttosto che da principi astratti o teologie complesse. Mi piace esaminare come il Vangelo si connette alla vita concreta, poiché credo che se la fede non è vissuta concretamente, rischia di perdere significato. La scissione tra fede e vita è un rischio reale; la fede deve influenzare la vita e la vita deve essere permeata dalla fede. Di conseguenza, parto sempre da esperienze concrete.

Riguardo alla questione se siamo in pericolo, ritengo che la vera minaccia sia la superficialità della fede. Non è un pericolo esterno; il pericolo sta nella nostra mancanza di impegno. Ho notato che spesso ci concentriamo su questioni che, a mio parere, non sono così gravi. Le preoccupazioni riguardo all’avanzamento di altre religioni o all’ateismo non mi sembrano urgenti, specialmente considerando che non ho mai incontrato atei convinti che teorizzino sull’ateismo. Il vero pericolo è la superficialità della fede, evidente nella nostra vita quotidiana. Nonostante molte persone ancora chiedano il battesimo per i figli o partecipino alla Cresima, spesso non si vede la connessione con ciò che la Chiesa rappresenta e insegna. Ho amministrato 70 Cresime nella parrocchia di Grumello e 34 a Telgate quest’anno. Tuttavia, mi chiedo quale sarà il cammino di fede di questi giovani. Conosciamo l’andamento tipico dopo la Cresima, ma mi preoccupa il rischio della superficialità e dell’indifferenza. Inoltre, vorrei menzionare una lettera che ho scritto, diventata famosa nonostante le mie aspettative iniziali. Non l’ho scritta come uno scherzo, ma con serietà e riflessione. Vengo spesso associato a questa lettera, che riflette pienamente le mie opinioni. Sono convinto che il dialogo all’interno della Chiesa sia essenziale, ma la creazione di divisioni non è la soluzione. Crediamo che sia fondamentale esprimere ciò che non funziona all’interno della Chiesa, ma senza compromettere l’unità. Dobbiamo adattarci al mondo moderno senza perdere il nostro scopo. Come ha affermato il Cardinale Martini, la Chiesa non può rimanere arretrata rispetto alla vita dell’uomo. Gli studi teologici e la pratica religiosa devono essere orientati verso l’uomo di oggi, affrontando seriamente il nostro cammino di fede. Il Papa stesso ci esorta a non basarci sul principio del “si è sempre fatto così”. Dobbiamo costantemente ricordare il significato di ciò che facciamo. Prendendo ad esempio la catechesi, l’elemento dottrinale è fondamentale, ma la catechesi deve anche parlare alla vita delle persone e aiutare i ragazzi a vedere come il Vangelo si applica nella realtà quotidiana. La ricetta perfetta non esiste, ma dobbiamo sperimentare nuovi approcci senza temere che un cambiamento sia catastrofico. È una paura che dobbiamo superare al più presto.

Qual è la tua prospettiva sulla centralità di Gesù Cristo nel messaggio del Vangelo e come ritieni che dovrebbe essere comunicato in modo adeguato alle sfide e alle dinamiche dell’attualità?

Penso che sia importante abbracciare il messaggio del Vangelo. Pertanto, ritengo che il fulcro sia rappresentato da Gesù Cristo. La nostra salvezza risiede in Lui, questo è il punto essenziale. Tuttavia, oggi è necessario comunicare questo concetto in modi diversi rispetto al passato. Prendendo come esempio la catechesi, ritengo che dovremmo tornare all’essenza del Vangelo e affermare con chiarezza che la salvezza è raggiunta solo attraverso Gesù Cristo e non tramite altre vie. Questo costituisce il fondamento della nostra fede, ma dobbiamo farlo attraverso un costante dialogo con la cultura, gli studi e la realtà quotidiana dell’uomo contemporaneo. Questo è, secondo me, il punto cruciale. E, in effetti, non è una novità: Papa Giovanni XXIII ha promosso il Concilio sottolineando che il nostro obiettivo non è introdurre nuove dottrine, ma trovare nuove modalità per esprimere ciò che è sempre stato. Il nostro messaggio è già contenuto in Gesù Cristo, poiché la Bibbia ne è ricca, ma è fondamentale rivisitare il “come” poiché l’uomo di oggi è diverso da quello di ieri.

La violenza educativa è un concetto che alcune persone considerano come un atto di “potere”. Immaginiamo ora che tu incontri qualcuno o un gruppo di persone che si avvicinano a te, apparentemente amichevoli, ma che in realtà cercano di influenzarti con le loro ideologie e slogan, al punto da farti sentire minacciato. Qual è invece la natura del “potere” di Gesù?

Ciò che emerge chiaramente dal Vangelo è che Gesù ha mostrato costantemente una disponibilità a sedersi e parlare con chiunque. Questo, a mio avviso, rappresenta il suo stile che cerco di imitare. Personalmente, non credo che mi sentirei minacciato in una situazione del genere. Al contrario, vedrei l’opportunità di esplorare una prospettiva diversa dalla mia. Quando affronto una prospettiva che è radicalmente diversa dalla mia, ritengo importante instaurare un dialogo aperto. Questo è il passo fondamentale. Se mi sentissi minacciato, significherebbe che ritengo di possedere la verità e che chiunque esprima una visione diversa sia nell’errore. Tuttavia, questa non è la realtà. Quando incontriamo prospettive diverse, dovremmo sederci, discutere e cercare i punti di forza in ciascuna visione. Anche la mia prospettiva può avere delle limitazioni. La chiave è vivere il Vangelo attraverso il dialogo, la discussione e il cammino insieme. Personalmente, ho sempre cercato di adottare questo approccio, ma non posso dire di essere sempre stato coerente in questi primi 13 anni da prete nei due oratori in cui ho servito. Il dialogo significa sedersi insieme, discutere, confrontarsi e, a volte, raggiungere un accordo, mentre altre volte ognuno può mantenere la propria posizione. In un dialogo autentico, non è necessario che una delle parti convinca l’altra a darle ragione. Può succedere che uno convinca l’altro o viceversa. Ciò che conta è il rispetto reciproco.

Il dialogo autentico e la critica costruttiva sono fondamentali. Il Concilio Vaticano II ha promosso il dialogo interconfessionale e ecumenico, alzando il livello di interazione tra diverse fedi. Tuttavia, penso che sia importante iniziare il dialogo all’interno della nostra stessa comunità cristiana. La tensione palpabile tra coloro che si identificano come tradizionalisti e quelli che sono considerati progressisti dimostra che ci sono forti tensioni all’interno della Chiesa. Risolvere queste tensioni è fondamentale.

Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato molto, così come il magistero dei Papi, in particolare Papa Francesco, che ha dato grande enfasi al dialogo. Fin da Evangelii gaudium, il Papa ha costantemente promosso il dialogo come parte essenziale della Chiesa. Questo aspetto è cruciale, e credo che se il Papa, con una visione globale della Chiesa, pone così tanta enfasi sul dialogo, ciò abbia un significato profondo.

Il dialogo e la sinodalità sono strettamente collegati?

Assolutamente. La sinodalità è una questione estremamente complessa. Personalmente, ho l’intenzione di studiarla più a fondo quando avrò il tempo. Questo è un argomento su cui ho intenzione di riflettere ulteriormente, come spiegherò a Seriate. Tendo a evitare di parlare di ciò che non conosco e a non trovarmi in situazioni in cui devo discutere con persone che chiaramente non comprendono l’argomento ma vorrebbero insegnarlo. Questo è il motivo per cui ho delle riserve. Ammetto apertamente che finora non ho avuto la possibilità di dedicarmi a uno studio approfondito della sinodalità, ma posso condividere alcune considerazioni generali. È evidente che la sinodalità richiede la capacità di dialogo. Ho scritto alcune osservazioni quando il Papa ha chiesto il Sinodo ai vescovi italiani. Ho espresso l’auspicio che non si riduca a un semplice adempimento formale, con la compilazione di schede diocesane che portano a un documento teologico che dice tanto ma anche niente allo stesso tempo. Questo è un rischio che va evitato. Il dialogo deve essere autentico e la sinodalità dovrebbe riflettersi nelle pratiche e nei cambiamenti effettivi nella Chiesa in base alla realtà concreta della vita della Chiesa italiana. Altrimenti, se tutto rimane immutato, saremmo soltanto impegnati in fasi successive di un processo sinodale che potrebbe non portare a nulla di concreto. Abbiamo questioni serie da affrontare e ci saranno delle decisioni da prendere. Questo è un punto di rilievo che deriva dalla mia formazione di educatore, dove so che teoria e pratica devono andare di pari passo, sebbene questo non sempre accada.

Prendiamo ad esempio la questione dell’inclusione. Spesso si parla molto di inclusione, ma alla fine cosa si fa? Prendiamo il caso di un bambino con disabilità: si potrebbe assegnargli un insegnante di sostegno e farlo uscire dalla classe. Ma è davvero inclusione? Un esempio che viene in mente è quello di don Lorenzo Milani, che ha praticato un’idea di inclusione nella sua scuola a Barbiana. C’era un banchetto centrale nella sua stanza, dove sedeva Marcellino, un bambino disabile. La lezione non proseguiva finché Marcellino non avesse compreso. Non sto suggerendo di replicare esattamente il metodo di don Milani, perché il contesto di allora è diverso da quello di oggi. Tuttavia, i principi di inclusione e impegno per l’educazione devono essere applicati alla luce delle conoscenze attuali. Il rischio è di spendere molta energia nel dibattito e nell’elaborazione teorica di concetti importanti, ma senza mai arrivare a risultati concreti.

Un altro esempio riguarda il tema dei genitori. Spesso si sottolinea il ruolo dei genitori nei dibattiti televisivi, con esperti che affrontano il problema. Ma la realtà è nota a tutti. Se prendiamo un genitore che lotta per educare il proprio figlio, possiamo elaborare teorie su teorie sul problema dell’autorità genitoriale e dell’amicizia con i figli, ma alla fine cosa cambia? Dobbiamo stabilire un dialogo con le famiglie, ricostruire la rete educativa che un tempo esisteva ma che ora è frammentata (la famiglia in dialogo con la scuola, le istituzioni locali, le organizzazioni sportive, l’oratorio) e lavorare insieme all’educazione. Altrimenti, rischiamo di scrivere principi teorici impeccabili, ma che non avranno impatto reale. In definitiva, credo che questi siano i passi fondamentali che dobbiamo intraprendere.

Immagina di essere un regista. Come metteresti in scena Gesù nel contesto attuale?

Nel mio quadro immaginario, mi ispirerei ancora una volta al Vangelo. Vedrei Gesù seduto tra la folla, proprio come è stato. Riguardo a cosa farebbe Gesù oggi, se dovessi presentare il Vangelo, credo che si troverebbe fra coloro che potrebbero essere i protagonisti della questione educativa. Si metterebbe lì, ascolterebbe e chiederebbe cosa possiamo fare insieme.

Gesù è sempre stato diretto. La scena dei mercanti nel tempio dimostra questa sua caratteristica. Se ci fosse motivo di indignarsi, lo farebbe senza esitazione. Le sue parole forti e dirette, come quando ha rimproverato Pietro per aver cercato di insegnargli chi dovesse essere, “Va’ dietro a me, Satana”, mostrano chiaramente la sua determinazione. Questa è l’essenza stessa della Chiesa, la quale a volte deve avere il coraggio di dire “no, questa strada non è giusta”, quando necessario. Tuttavia, dobbiamo evitare l’eccessiva polarizzazione tra tradizionalismo e progressismo. Entrambe le prospettive non sono ideali: il tradizionalismo può trascurare l’attualità e chiudersi nelle posizioni del passato, mentre un progressismo smodato può portare a un’apparente adattabilità che rischia di snaturare l’identità della Chiesa.

Il metodo fondamentale, secondo me, è basato sulla fede, sul Vangelo e sulla vera e autentica Tradizione della Chiesa. Dobbiamo analizzare le questioni attuali alla luce di questi pilastri. In alcuni casi, possiamo avanzare, mentre in altri è importante rimanere fermi. L’esempio del possibile diaconato alle donne è un esempio di questione aperta da esaminare attentamente, mentre il presbiterato femminile richiede un’approfondita riflessione risalendo alle sue radici.

Un’ulteriore problematica che vedo nella Chiesa attuale è l’inclinazione a discutere argomenti senza un fondamento solido, basandosi su opinioni personali. La vita non può essere guidata solamente dal “secondo me”, ma richiede un’analisi accurata. Dobbiamo coinvolgere esperti, persone competenti, studiando e approfondendo le tematiche. Ad esempio, questioni etiche e bioetiche, come il “gender”, richiedono una trattazione seria e informata. Ci sono esperti nella diocesi, professionisti con una formazione specifica e competenze, pronti a condurre dibattiti e studi. Dobbiamo imparare ad essere umili, a porre domande a coloro che hanno una maggiore conoscenza. Questa mentalità dovrebbe permeare anche le nostre parrocchie.

Come si gestisce una parrocchia in modo efficace?

Per gestire una parrocchia in modo efficace, è essenziale che i sacerdoti coinvolti all’interno della comunità dialoghino, si confrontino e affrontino anche diverse prospettive su questioni cruciali. L’obiettivo è trovare un terreno comune e percorrerlo insieme. Al contrario, se ognuno agisce in modo isolato, purtroppo si rischia di creare tensioni che possono destabilizzare l’ambiente. Collaborare all’interno della Chiesa offre tranquillità alla gente, un risultato fondamentale da perseguire. Dobbiamo assolutamente evitare la superficialità, sia quando si tratta di polarizzazioni che nelle decisioni riguardanti la comunità.

La gestione della vita parrocchiale solleva diverse domande significative. Come affrontare il coinvolgimento degli adolescenti? Come organizzare ed efficacemente far funzionare un’équipe educativa nell’oratorio? Come amministrare gli spazi dell’oratorio e di strutture come il Centro Pastorale a Paderno? Queste sono tematiche di grande importanza che richiedono una riflessione approfondita e sensata. Non possiamo affrontarle con leggerezza. Le circostanze cambiano rapidamente — penso all’evoluzione rapida dei ragazzi durante la loro crescita — e ciò che funziona oggi potrebbe non essere adeguato tra qualche anno. Immaginando il caso specifico di Seriate, riconosco di avere limitate conoscenze su questo contesto. Tuttavia, l’idea è di coinvolgere tutti e ragionare insieme su come gestire un centro come quello di Paderno a Seriate. Non si tratta di impostare criteri fissi da parte dei preti. I sacerdoti arrivano, ascoltano le persone, collaborano tra loro e poi si discute se sia necessario apportare modifiche o eliminare qualcosa. È un processo da percorrere collettivamente, richiedendo il giusto tempo. Quando menziono la superficialità, mi riferisco a questa tendenza. Troppo spesso crediamo di avere risposte pronte per ogni problema, ma una realtà complessa come la vita parrocchiale — pensiamo a Seriate, la parrocchia più grande della diocesi — non può essere semplificata in modo superficiale. Affrontare questioni complesse richiede soluzioni altrettanto complete, altrimenti si rischia di non essere adeguatamente preparati. Mentre evitare inutili complicazioni è importante, non possiamo nemmeno ignorare in modo superficiale questioni cruciali con un atteggiamento del tipo “tanto va bene così”.

Un architetto una volta disse che il punto fondamentale è che l’uomo raggiunga un certo grado di umanità che possa condividere con gli altri. «Non ci sono né tecniche né norme, nulla… c’è l’uomo, sempre, profondamente impegnato come individuo, con tutte le sue emozioni… se non ho un’autentica apertura verso gli altri, le mie azioni risultano ingenuamente prive di significato. Penso che molti di noi stiano cercando reciproco riconoscimento, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Dobbiamo iniziare ad ammetterlo. Dobbiamo iniziare a comunicare».

Quali suggerimenti offriresti a un pessimista, a chi percepisce l’umanità come una tragedia, con l’inferno che sale?

Innanzi tutto, direi che c’è il Paradiso! È una battuta, ma ne sono convinto. La vita è troppo preziosa per pensarla come un peso e per definirla immediatamente negativa, qualcosa da cui magari distogliersi il prima possibile. Certo, le affermazioni che facciamo derivano dalla nostra esperienza. Parlo chiaramente dalla mia prospettiva, perché devo partire da ciò che ho vissuto. Se tu fossi nei miei panni, ti chiederei: “Hai idea di cosa ti stai perdendo? Comincia a vivere la vita, immergiti appieno e costruisci relazioni significative”. E certo, ci sono momenti difficili in cui sembra che l’inferno si affacci, ma al momento, fortunatamente, sembrano prevalere le esperienze che evocano il Paradiso anziché l’Inferno.

Credo che se ognuno di noi, con un briciolo di umiltà, contribuisce, possiamo affermare che la vita è bella, nonostante tutte le sfide. In questi anni ho affrontato situazioni drammatiche. Ho celebrato il funerale di un giovane animatore del Cre che è morto a soli 21 anni a causa di una malattia. Ho accompagnato persone in pensione che si erano appena impegnate con entusiasmo nell’Oratorio, quando la malattia ha bussato alla porta. Queste situazioni ci costringono a riflettere. Tuttavia, anche di fronte a tanta sofferenza, non posso dire che la vita sia brutta e un inferno imminente. Anzi, osservando la loro esperienza e come hanno vissuto fino all’ultimo, nonostante le avversità, mi spinge a dire: «Ogni istante vale la pena e impegnarsi per viverla appieno è un valore inestimabile».

Al contrario, quale messaggio di augurio vorresti condividere con i cittadini di Seriate, noti per la loro naturale propensione all’ottimismo rispetto alle domande che ti ho posto?

Sicuramente, vorrei incoraggiare tutti a mantenere il loro spirito ottimista. L’ottimismo è una risorsa di cui abbiamo bisogno, e va sottolineato che non è sinonimo di ingenuità. A volte, commettiamo l’errore di confondere l’ottimismo con la semplice visione positiva senza considerare le sfide. L’ottimismo autentico implica la capacità di affrontare la vita con fiducia. Un individuo di fede, in particolare, non può fare altro che guardare al futuro con questa prospettiva. Se crediamo che Gesù Cristo, come affermato nella conclusione del Vangelo di Matteo, sia con noi fino alla fine del mondo, e che alla fine del mondo saremo uniti a Lui, allora possiamo procedere con ottimismo.

Dunque, desidero esprimere un augurio congiunto a me stesso e a tutti i seriatesi: che possiamo continuare a camminare insieme con un atteggiamento positivo. Anche quando affrontiamo difficoltà, sappiamo che possiamo superarle meglio stando uniti, affrontandole con fede e semplicità. Questo è il più bello augurio che posso fare in questo momento. Ovviamente, conoscendoci meglio, potranno emergere ulteriori auguri e speranze.

TESTO E FOTOGRAFIE  GIUSEPPE BONFANTI
La Voce di Seriate, settembre 2023
SCHEDA
Genere  intervista
Data  15 settembre 2023
Pubblicato  La Voce di Seriate, settembre 2023
Battute  circa 20.705
LUOGHI E ENTI
Grumello del Monte; Telgate; Seriate
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